Cronaca

LA MUCCA TERESA, MAMMA IMPAVIDA E CORAGGIOSA

Si era circa negli anni 1935 in una località denominata Batresca nella frazione di Piancastagna del comune di Ponzone, nell’alessandrino piemontese.

Paese con una delle più grandi estensioni territoriali d’Italia.

A quei tempi si viveva di agricoltura famigliare, di allevamento dove vacche e capre erano dedicate al sostentamento della famiglia con il pollame, le uova e i conigli.

Oltre ai bisogni della casa queste erano anche risorse economiche grazie alla vendita nei paesi e nelle città rivierasche liguri.

In aggiunta a ciò il business famigliare era concentrato pure al commercio del legname da ardere, sui rinomatissimi funghi e nei periodi invernali sulla vendita delle “grive”, i tordi che si cibavano delle bacche di ginepro, catturati con un sistema ingegnoso di trappole denominate “ciappe”, sistemate sulla neve in prossimità della conifera arbustiva.

Ogni famiglia aveva allevava gli animali da cortile e le vacche, e come in tante zone d’Italia i bovini, abitudinari, uscivano da soli al mattino presto dalle stalle per poi rientrare sempre da soli la sera.

Nelle zone interne rurali di Romania e di Albania e non solo, per esperienza personale, posso assicurare che ciò accade ancora oggi.

Ebbene alla Batresca una mucca particolarmente integrata nei ritmi quotidiani della vita famigliare, usciva al mattino, gironzolava nei boschi pascolando come meglio le piaceva e poi la sera rientrava per la mungitura.

Era la mascotte della zona, tutti la conoscevano e tutti la coccolavano, chiamandola per nome, Teresa. Lei arrivava con la sua caratteristica ondulante camminata e restava in attesa della solita leccornia che la gente e i ragazzini le porgevano.

Il programma giornaliero di Teresa era sempre lo stesso con gli stessi ritmi anche quando rimase incinta.

Usciva la mattina e rientrava la sera da buona futura mamma, attenta e festosa.

Era senza ombra di dubbio la regina della località, connaturata ed integrata perfettamente nel tessuto bucolico del posto, non c’era Batresca senza la storia della famiglia di Mautrizio Z. che ci ha raccontato questo episodio.

Verso la fine della gestazione della futura mamma i proprietari non nascondevano la loro preoccupazione, guardavano la luna e speravano di essere presenti al concepimento per poter dare il loro aiuto, come si faceva una volta, assistenza che la cultura contadina e l’abitudine a queste situazioni, tramandate da generazione in generazione, erano certamente in grado di dare. Si pensi che le veglie, cioè l’ospitalità delle persone di una località presso una famiglia, avvenivano proprio in corrispondenza alle fasi lunari per la prevista nascita di un vitello e l’aiuto e l’esperienza che in tanti si poteva dare all’importante evento.

Nonostante l’attesa e l’ansia per la nascita non potevano però proibire a Teresa di andare a pascolare come aveva sempre fatto.

Così come ogni sera, quando il sole non era ancora sceso all’orizzonte Teresa si faceva sentire e arrivava tranquilla ondeggiando e facendosi pulizia di mosche e tafani con il pennacchio della sua lunga coda e passandosi la lunga lingua sul grosso naso.

Una sera però Teresa non rientrò e si può immaginare l’angoscia e il tormento delle persone di tutta la località .

Gli abitanti, dividendosi in gruppi, fecero battute sino a tarda notte sia nei boschi di castagni che in quelli di querce. Avanti e indietro cercando di percepire ogni rumore.

In tutta la zona fino a notte fonda risuonò vicino e lontano il nome di Teresa.

La mucca (la chiameremo sempre così è più romantico, ma sappiamo bene che per la lingua italiana la femmina del toro si chiama vacca) rispondeva quasi sempre ai richiami e spesso appena chiamata si avvicinava cercando il pezzo di pane o la mela dalla mano di qualcuno, abitudine che l’animale si era guadagnata con la sua simpatia.

Non per altro era la mascotte della borgata.

Le battute quella notte non ebbero esito positivo ma ripresero il giorno dopo con tutte persone della località ancora impegnate alla ricerca della mucca Teresa.

Il pensiero generale era quello che fosse successo qualcosa di grave ma al contempo c’era anche la speranza di vederla arrivare con al seguito il suo vitellino.

Tutti erano preoccupati per la situazione. L’ansia e la trepidazione era palpabile tra la gente, tanto che tutti, ma proprio tutti, uomini, donne e ragazzi che erano in grado di camminare nei boschi, si misero alla ricerca di Teresa già alle prime luci dell’alba.

Un gruppo di persone verso sera nei pressi della zona del Bricco, sentì il suo muggito ben al di là del lontano crinale verso levante. Si affrettarono in quella direzione e man mano che procedevano i muggiti diventavano sempre più nitidi e vicini.

Indubbiamente era il verso di Teresa, scesero velocemente in un canalone guidati dal muggito sempre più chiaro.

Arrivarono in uno spazio angusto e la scena incredibile che videro non smisero mai di raccontarla.

Si trovarono di fronte a Teresa che come li vide continuò a muggire come a richiamare la loro attenzione.

C’era anche il vitellino, il quale in piedi ma al riparo delle gambe posteriori della madre, riparato sotto al pancione ancora gonfio dalla gravidanza, succhiava il latte.

La mucca Teresa invece, tra muggiti ormai stanchi e sommessi, diretti certamente agli uomini e alle donne che la chiamavano, sbuffava, ma non voleva in alcun modo staccarsi dalla parete di arenaria dove teneva fermo con le corna un lupo, trafitto ma ancora vivo, come inchiodato contro la fiancata del calanco.

Non occorre essere super empatici per immaginare la scena, regia primitiva e valoriale di un’essenza che somma, in un teatro naturale, l’avvicendarsi delle varie fasi della vita: la nascita, l’amore e la forza immane di una madre nella difesa di una vita appena messa al mondo e disposta alla morte di chi non ha saputo considerare quanto sia grande il moltiplicatore di difesa della prole di una madre, qualunque essa sia.

Gli animali lo sanno certamente, al lupo però quella volta, la scelta di tentare una ruberia non andò per nulla bene.

La scena fu raccontata per decenni e ancora oggi come è capitato a me, viene raccontata indicando il crinale dell’accaduto.

La località infatti, palcoscenico involontario di quell’evento straordinario, prese il nome del fatto, e ancora oggi è conosciuta nell’idioma locale come la “Fossa du Luv”, cioè la fossa del lupo.

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