La casa nel bosco e la vera storia di Giovanni, un uomo bambino
La notizia: “La Adnkronos comunica che i bambini della famiglia del bosco torneranno a casa, “seppure per poche ore”, la prossima settimana. Lo ha annunciato, ospite a ‘Porta a Porta’, Simone Pillon, legale dei coniugi Catherine e Nathan Trevallion, genitori della cosiddetta famiglia nel bosco, parlando dell’incontro con gli assistenti sociali. “L’incontro è stato proficuo e ci permette finalmente di dare la notizia che tutta l’Italia stava aspettando cioè che la settimana prossima, seppure per poche ore, i bambini della casa nel bosco torneranno a casa. Questa credo sia una bella notizia per la quale essere tutti contenti”, ha detto il legale dei coniugi Catherine e Nathan Trevallion.”
Una nota avvocatessa specializzata in diritto di famiglia ha dichiarato in televisione che ci sono 35.000 ragazzi ospitati nelle case famiglia italiane.
Penso: accidenti che grande affare? Certo che seguire i soldi si arriva a considerazioni strane e, si sa che pensare male si fa peccato ma, diceva uno che se ne intendeva, quasi sempre ci si azzecca.
I ragazzi della casa nel bosco, ormai quella storia si connota con questo nome, è sempre nell’occhio delle cronache poiché scarsamente compresa essendo poco chiara; così da novembre del 2025 ci raccontano motivazioni incomprensibili.
Ho già avuto modo di scriverlo e adesso lo ripeto e lo ripeterò sino alla nausea, che chi è nato in campagna, come in quella casa nel bosco, è soltanto un privilegiato, riconoscendo che la casa nel bosco fa parte di un’anima reale e tattile, strettamente collegata alla natura.
Tutto il resto, a cominciare dalle motivazioni, è quasi surreale e serve solo alla ragnatela di un sistema burocratico di comunità che ci siamo inventati e che si autoalimenta con norme e regole che poco hanno a che fare con il vero ciclo naturale della nostra esistenza.
Dobbiamo tornare indietro e prendere più sul serio la vita d’inizio secolo scorso, prego solo, ma non so chi, che non succeda qualche catastrofe o guerra anche da noi perché l’unica nostra vera salvezza sarebbe quella di avere una casa nel bosco per piantare un orto e avere qualche animale su cui contare per latte, uova e saper fare qualche formaggio e del burro, magari da barattare con qualche vicino per altre vivande.
Il tutto solo per vivere, mica per altro.
Non so cos’hanno fatto di male i genitori dei tre bambini, perché se hanno fatto del male comportandosi come si sono comportati, allora ai miei genitori, ai miei zii e a milioni di altre persone, ho scritto milioni e ripeto, milioni di altre persone che si sono comportate male come loro, avrebbero dovuto togliergli i bambini, cioè noi?
INVECE NO, signori cari, quella nel bosco è la vera scuola della vita, certo anche la scuola è necessaria per sapere e conoscere, ma per il resto quei bimbi sanno dove arriva il latte e chi lo fa, a differenza di tanti piccoli “cittadini” che dichiarano che il latte lo fa il supermercato.
Se ci fosse una catastrofe bellica quanti saprebbero destreggiarsi tra le erbe alimurgiche, quanti saprebbero trattare una mucca o una capra? Quanti?
Datevi una risposta. Vi chiedo solo se sapete coltivare un’insalata? Sapete quando dare l’acqua e quanta e come? Da questa semplice risposta, per alcuni persino sciocca, capite quanto sia importante per dei bambini la scuola di una vita nel bosco.
I fenomeni che stanno dividendo una famiglia lo fanno su quale base? Con quali argomenti, con quali motivazioni e con quali ragionamenti hanno preso le loro irragionevoli decisioni. So solo dire boh?
Scommetto che quei bambini ancorché piccoli saprebbero scegliere e mangiare le erbe commestibili, saprebbero mungere una vacca o una capra e salvare la vita a giudici e assistenti sociali altamente tecnologizzati.
Quei bambini saprebbero che non si può succhiare uno smartphone (tanto per estremizzare) o seguire in modo ebete quello che i miliardari dei social ci propinano, non ci alimentiamo e non ci sfamiamo in quel modo, ma se sanno scegliere delle erbe commestibili possono fare un’ottima insalata con uova sode e anche un minestrone con tutte le verdure sane e genuine. Come facevano le nostre nonne solo pochi anni fa.
Con il conto in banca, l’auto elettrica sotto casa, il laptop di ultima generazione e lo smart posso solo usarli e guardarli, stando anche molto attento perché grazie all’ID presente in tutti i devices, in caso di guerra, e ce ne sono alcune troppo serie alle porte, posso pure ricevere un piccolo drone con una carica esplosiva e addio mondo moderno ma estremamente stupido che non sa valutare e interpretare la vera vita.
Mettere le mani nella terra per sapere se è ricca di nutrienti, scegliere un’erba commestibile da quella velenosa, mungere una vacca, una capra, allevare delle galline, tagliare del legno e scegliere quale per non danneggiare l’ambiente, etc. sono conoscenze essenziali e indispensabili per vivere e scommetto che i bambini della casa nel bosco lo sanno già fare, ma scommetto anche che i giudici e le assistenti sociali non lo sanno.
So comunque per certo che questi ultimi sanno molto bene argomentare, facendo eristica pura, cioè dimostrare qualunque tesi con la verbosità e un eloquio forbito, il tutto indipendentemente dalla verità.
Allora preferisco i bambini della casa nel bosco, che sanno come vivere, piuttosto che le parole al vento di gente che senza il supermercato e il ristorante morirebbe di fame. mangiare.
LA VERA STORIA DI GIOVANNI
A questo punto vi racconto la storia vera di un bambino di otto anni residente un una zona periferica del Comune di Pareto a pochi km da Acqui Terme. I suoi parenti sono ancora vivi e possono testimoniare.
Il paesaggio ricorda appieno la casa nel bosco che tutti conosciamo grazie al cinema mediatico che ci tiene attenti ormai da novembre del 2025.
Era appena terminata l’ultima guerra e nella cascina di Giovanni (si chiamava realmente così quel bambino) la mamma da sola, aveva fatto tutto ciò che era in suo potere per non far mancare nulla al figlio.
Un giorno però la mamma si ammala, è costretta a letto e non riesce più a fare i lavori di casa né a governare le due mucche, le galline ed i conigli che avevano permesso alla famigliola di sopravvivere alla guerra e ai rigori invernali degli ultimi anni vissuti da soli.
Il papà non c’era più aveva dato la vita in guerra.

Il ragazzino aveva solo otto anni e la cascina era a circa una decina di chilometri dal centro del piccolo paese. Giovanni scarpina per circa venti chilometri, tra andare e tornare, per chiamare il medico, e lo fa attraverso i boschi e nel modo più veloce possibile perché doveva poi accudire gli animali.
La famigliola abitava troppo lontano per sperare in un aiuto giornaliero dai vicini.
A quel punto Giovanni prende in mano la situazione e non c’erano stati tanti discorsi da fare, si era subito fatto avanti sapendo perfettamente cosa doveva fare.
All’alba di ogni mattina accudiva la madre, lavava gli indumenti e li faceva poi asciugare vicino alla stufa stando ben attento a non farli bruciare.
Non si poteva andare al mercato a comprarne altri e poi a quei tempi non c’erano nemmeno i supermercati – mi diceva muovendo il dito indice avanti e indietro – per farmi capire bene il concetto. Non si poteva rovinare nulla, non ci sarebbe stato il ricambio. Aveva imparato anche a cucire per rammendare. Non c’era un momento libero nella sua giornata, dall’alba alla notte c’era sempre qualcosa da fare.
Preparava la colazione, il pasto e la cena.
Era un fenomeno? Assolutamente no!
Non era un fenomeno, era solo un ragazzino “da casa nel bosco” come tantissimi altri di quel periodo. Gli uomini erano andati in guerra e a casa c’erano le donne, le bambine e i bambini, piccoli uomini e piccole donne di migliaia di case nel bosco.
Aveva otto anni ma conosceva già la vita.
Tagliava anche la legna per il fuoco e portava da mangiare a tutti gli animali e sapeva come fare, sempre la giusta razione per non farli star male. Lavorava giocando? Forse sì ma lo faceva con un gioco da adulto anche per far stare bene la sua mamma.
Mi ricordo perfettamente che quando mi raccontava queste sue vicissitudini beveva una tazza di latte con il vino, prodotto con le sue viti.
Riscrivo: latte col vino, lo beveva sempre ogni mattina, lo aveva imparato da piccolo.
Mi raccontava i fatti con le lacrime agli occhi e poi terminava dicendomi che quando andava a dormire, si sistemava vicino alla mamma per farsi caldo e tenere caldo anche a lei.
Ogni due o tre ore però doveva svegliarsi, per andare a mettere la legna nella stufa e non farla spegnere e già che era sveglio, andava a controllare che nella stalla tutto fosse a posto.
Questo era Giovanni, un bambino di otto anni che per anni ha curato la mamma e accudito a tutti i lavori della fattoria.
Non è un caso isolato, ce ne sono tanti di bambini così in grado di fare tutto il necessario per mandare avanti una fattoria, magari in situazioni meno tragiche, ma ci sono e sono tutti bambini di una casa nel bosco, piccoli uomini e piccole donne, lontano dalle curiosità che destano i social, in grado ci capire tutto scegliendo tra il vero e il falso dell’esistenza umana, con il risultato che questo mondo sarebbe più reale e pieno solo di vera vita e nulla di fugace e di effimero.
Gianni Zaccone

