In Europa sono scomparsi milioni di piccoli uccelli. Di chi la colpa?
So di un ragazzo, oggi uomo maturo, che negli anni 60 era ricercatissimo dalle persone della sua cittadina perché allevava gli uccellini che cadevano dai nidi. Allora ce n’erano tanti.
Così passeri, verdoni, cardellini, fringuelli, lucherini, merli, etc. caduti dal nido per un temporale o un forte vento venivano salvati e potevano diventare grandi e vivere il loro destino.
Oggi quel signore non avrebbe più nulla da fare, di piccoli uccelli non ce ne sono più. Non si può nemmeno usare il termine “quasi” più. In alcune zone sono proprio scomparsi.
Altro che cambiamenti climatici e lo spauracchio dell’intelligenza artificiale che decimerà la popolazione mondiale.
Già oggi ci stiamo massacrando senza accorgercene, stiamo vivendo un periodo di regressione mai visto prima. Metteteci anche le api e … c’è da avere veramente paura del prossimo futuro.
Negli ultimi 5 anni sono scomparsi milioni di piccoli volatili.
Le 5 specie di cince (cinciallegra, cinciarella, cincia mora, cincia bigia, cincia dal ciuffo) che popolavano i nostri parchi e giardini, si sono zittite e il loro canto non si sente più.
A questi ambienti manca il loro verso e il loro allegro volteggiare di ramo in ramo in cerca di insetti, è quasi come se alla spiaggia mancasse il suono della risacca.
Una componente essenziale del verde e un vocalizzo che non c’è più. Opprimente e straziante solo a pensarci.
Ci sono varie ipotesi dietro a questa drammatica sparizione che deve farci riflettere.
Proprio in questi giorni si è riaperta la caccia, ma c’è da chiedersi a che cosa? Ad una selvaggina allevata in cattività che non scappa davanti all’uomo? Questa non è caccia, non è la caccia di un tempo dove con la famosa doppietta si integrava il pranzo e la cena di una famiglia intera e si sparava solo a cosa serviva da mettere in tavola e a nient’altro anche se si sarebbe potuto fare.
Quei cacciatori erano agricoltori, magari anche con poco o pochissimo studio ma con una grande deontologia e un enorme rispetto per la natura.
Oggi è solo uno sport che non dà neppure più adrenalina. Un cacciatore mi ha dichiarato che non ha potuto sparare ad un fagiano perché non si alzava in volo neppure spaventandolo a pedate, “così ho appeso il fucile al chiodo”.
Ad esempio i nostri passeri, simboli indiscussi dell’avifauna italiana, quei famosi passerotti, amati da tutti perché siamo cresciuti con loro, non se ne vedono più.
La statistica parla di sparizione di molti milioni di esemplari. Hanno accompagnato la vita dell’umanità per millenni, ed hanno creato anche un romantico, tenero e piacevole senso verso qualcosa di bello e a noi caro.
Chi non ricorda “Il passero solitario” poesia di Giacomo Leopardi studiata a scuola: “D’in su la vetta della torre antica / Passero solitario alla campagna / Cantando vai finchè non more il giorno / Ed erra l’armonia per questa valle / …….”.
Oggi più che mai dobbiamo tenerci stretto il ricordo dei passerotti, almeno nelle contrade di tutta Europa.
Riporto un autorevole resoconto del British Trust for Ornithology, tra i primi a lanciare l’allarme, in Gran Bretagna dove si dichiara che le popolazioni di passere europee (Passer domesticus) sono crollate di quasi il 71% a partire dal 1977, una trentina di anni fa, ora il dato è più che drammatico.
La cause sono ancora poco chiare, perché la sparizione dei piccoli volatili colpisce un po’ tutte le specie succitate e il declino pare sia particolarmente grave proprio nel nostro continente.
La crescita delle città, gli anticrittogamici sempre più aggressivi, i diserbanti per un’agricoltura ancora più violenta e prepotente, votata decisamente a ridurre al massimo i tempi produttivi.
Il risultato sono la quasi totale perdita delle piccole piante e dei loro semi e inevitabilmente anche degli insetti e quindi la mancanza di cibo per l’avifauna in generale.
C’è pure da considerare la carenza dei luoghi di nidificazione con case sempre più “chiuse”, per lottare contro la perdita del calore domestico, rispetto a quelle di prima che presentavano tetti più adatti alla costruzione dei nidi.
Tutto questo sembra essere una delle cause principali della scomparsa di intere specie di volatili, così come un’altra causa è pure la crescita dei rapaci, come falchi, gufi, ghiandaie, corvi, cornacchie e gazze che predano sia le uova che i pulli. Non dimentichiamo anche i cuculi che ben sappiamo sul loro parassitismo e come si comporta il piccolo nei confronti di uova e simili ospitanti.
Quello che sta capitando all’avifauna non è solo un campanello d’allarme, sembra piuttosto essere ormai l’esito nefasto di una guerra già consumata e che nessuno aveva previsto per tempo e a cui nessuno aveva dato il giusto peso alle sue prime strane avvisaglie.
Intervenire ora non è semplice, dobbiamo comunque ripensare ad una vita agricola più naturale e meno industrializzata, rispettando i cicli stagionali dei terreni, combattendo i cambiamenti climatici ma riprendendo e copiando la vita salubre e sostenibile di 40/50 anni fa, altrimenti potremmo fare anche noi la fine dei nostri piccoli amici pennuti, all’interno di una natura offesa e avvelenata dalla nostra insolente voglia di migliorare una corsa innaturale a tutti i miglioramenti produttivi.
Gianni Zaccone

